1989: Nasce la Opel Omega Lotus

18 mar 2019 Paolo Pirovano
1989: Nasce la Opel Omega Lotus

Al Salone di Ginevra del 1989, veniva presentata in anteprima la Opel Omega Lotus, interpretazione supersportiva dell’allora ammiraglia della casa tedesca. Grazie alla collaborazione con il marchio inglese con una lunga tradizione nel motorsport, era stata avviata un’innovativa operazione di tuning su una berlina quattro porte alto di gamma. La scelta di coinvolgere nello sviluppo Lotus non era un fatto casuale perché da tre anni apparteneva al gruppo General Motors cui faceva capo anche Opel ed il lavoro aveva interessato ogni area della vettura.

I risultati si possono riassumere nei 377 CV ottenuti dal V6 di 3.600 cc  biturbo con 24 valvole che permettevano di raggiungere i 100 km/h con partenza da fermo in 5,4 secondi e i 283 km/h. Velocità davvero incredibili per una berlina, e le supercar del tempo come la Ferrari Testarossa arrivava a 290 km/h, la Lamborghini Countach a 295 e la Porsche 911 Turbo 3.3 si fermava a 260. Stava nascendo una nuova categoria di vetture che aveva solo come riferimento la BMW M5 (della serie E34) con 340 CV e solo un anno dopo inizierà ufficialmente la stretta collaborazione tra Mercedes e AMG, mentre Audi seguirà più avanti.

La Opel Omega Lotus utilizzava della 3.000 la scocca e alcuni elementi delle sospensioni e le componenti esclusive erano la testata in alluminio con 24 valvole, i due turbocompressori Garrett e i due intercooler che riducevano la temperatura incrementando la massa d’aria d'aria per la combustione aumentando il rendimento e conseguentemente la potenza. Il sistema di accensione era a due candele per migliorare lo scoppio agli alti regimi di rotazione. Due convertitori catalitici a circuito chiuso realizzati in materiale metallico ininfiammabile e impermeabile permettevano infine di ridurre le emissioni.

La trazione era sulle ruote posteriori e il cambio, un manuale a sei marce, cosa non molto comune in quel periodo, aveva i primi cinque rapporti molto ravvicinati mentre la sesta era di ”riposo” in modo da ridurre il regime di rotazione del motore alle alte velocità. Anche la frizione era stata rivista per resistere alle sollecitazione della coppia e della potenza del motore. Il disco da 9.5” aveva una molla a diaframma che non lavorava a compressione come di norma, ma a trazione in modo da aumentare la pressione di contatto sullo spingidisco con un conseguente sforzo del pedale ridotto al minimo.

La sospensione posteriore a bracci semioscillanti era un’evoluzione di quella di serie e dotata di due puntoni aggiuntivi. Un ulteriore intervento riguardava il passo allungato di 18 mm rispetto quello della omega 3.000 e la scheda tecnica comprendeva i cerchi da 17" con pneumatici anteriori da 235/45 e posteriori da 265/40 e freni a disco ventilati di diametro da 320 mm. 

Il lavoro sull’aerodinamica comprendeva ampi spoiler anteriori e posteriori, i passaruote allargati, la presa d'aria addizionale sul cofano motore in corrispondenza dei due turbocompressori per un coefficiente di penetrazione aerodinamica (Cx) di 0,30. La colorazione esterna era di esclusivo colore verde metallizzato, un British Racing Green chiaro riferimento ai colori sportivi inglesi e ne venne realizzata anche una versione con il marchio Vauxhall che prese il nome di Carlton Lotus per mercato britannico.

Gli interni esprimevano il massimo disponibile in termini di qualità con  tappezzerie, cruscotto e pannelli porte in pelle Connolly. I sedili anteriori riscaldati erano di tipo sportivo con poggiatesta e regolazione elettrica memorizzabile della posizione. Quelli posteriori, anch'essi dotati di poggiatesta, erano sagomati separatamente per garantire maggiore comfort ai passeggeri.

La dotazione di serie prevedeva alzacristalli e tetto apribile comandati elettricamente, impianto autoradio/mangianastri stereo, aria condizionata e computer di bordo. In totale ne vennero costruite circa un migliaio di unità e solo 70 arrivarono in Italia ad un prezzo di listino di 115 milioni delle allora Lire.

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